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lunedì 20 febbraio 2017

LE STREGHE di ROALD DAHL

Mi par di aver notato che i libri per l'infanzia e la pre adolescenza, nascondino, dietro a immagini fantastiche o di rappresentazione della vita reale dei piccoli, non tanto messaggi rassicuranti, o di svago infantile, ma che essi siano delle specie di guide per la sopravvivenza futura, dove : malattia, morte, sofferenze, certamente non mancheranno.
Ecco i libri per l'infanzia preparano i piccoli a famigliarizzare con la Morte.  Almeno certi classici  che ho avuto modo di rileggere o leggere per la prima volta. Quando non sono impegnati a descrivere i mille modi in cui si possa morire, o ammalare, si legge tra le righe una sottile accusa al mondo degli adulti, a come , spesso ineluttabilmente, si perda quel senso del magnifico, per abbandonarsi all'utilità del pratico. Non c'è nulla di male, nel fatto di crescere con maggior pragmatismo e badare alle cose importanti per la società, va benissimo. Per questo i libri per i piccini hanno una doppia malinconia: vivi e lasci allo stesso tempo l'età in cui tutto è possibile, le amicizie sembrano eterne, e il mondo degli adulti è distante: temuto, rispettato, ma senza vera attrattiva


Questo delizioso libro ha tutte le caratteristiche del libro per l'infanzia: una storia piena di magia, avventura, umorismo, ma dietro tutto ciò si parla di paura, dolore, morte. Il protagonista è un giovane bambino rimasto orfano dei genitori, periti in un incidente d'auto. Costui cresce in compagnia della nonna, persona assai brillante e gran fumatrice di sigari
Ella mette in allarme il nipote dalle streghe, le quali dietro a un'immagine di donne normali, nascondono creature maligne le quali hanno un solo scopo nella vita: eliminare i bambini. Esse infatti trovano i piccoli esseri ripugnanti e dal pessimo odore.
Il piccolo protagonista riesce a scappare a una di esse,  però sfortuna vuole che con la nonna si ritrovi in un albergo inglese, nel quale le streghe stanno preparando il loro incontro annuale colla Strega Suprema. Non sarà facile salvarsi, e per farlo si dovrà pagare un prezzo assai alto.


Roald Dahl, scrive un libro che ha del meraviglioso, poiché dietro uno stile semplice, diretto, pieno di verve e annotazioni ironiche, nasconde una grandissima amarezza. Quella che fa parte della nostra vita, dove non è detto che vi siano per forza finale positivi o negativi in modo così chiaro e netto
Ogni passaggio ci segna, e noi siamo destinati, durante la nostra vita a cambiare. Combattendo le nostre paure, le avversità, che non ci lasciano quasi mai indenni.
In poche frasi, con un piccolo scambio di dialoghi, Dahl cambia radicalmente l'atmosfera carica di possanza e maraviglia, per gettarci in momenti di sconforto o malinconia: la sorte di Bruno dopo la sua trasformazione in topo, il dialogo tra il protagonista- trasformato anche lui in roditore- e la nonna su quanto tempo vivano i topi, questi sono alcuni esempi.
Non vuol dire, però, che la vita alla fine sia solo dolore e sofferenza, anzi il messaggio finale è proprio il contrario: vale la pena vivere fino in fondo nonostante le cose negative e le perdite di vite care. Avere un obiettivo importante e una persona, almeno una, che ci voglia bene e ci aiuti a portare a termine, concretizzare, la nostra missione, può sostenerci nei momenti di dolore e sconforto.
Un piccolo, ma assai importante libro, il quale, come tutta la narrativa per l'infanzia, parla ai bambini, ma si rivolge a noi adulti.

venerdì 17 febbraio 2017

I RAGAZZI DELLA VIA PAAL di Ferenc Mòlnar

Da bambini, quasi tutti noi, abbiamo giocato alla guerra. O ricevuto armi giocattolo in regalo. Solo negli ultimi trenta anni, o poco più, in parte si è messo in discussione questo tipo di doni.  Fatto sta i bambini in un modo o in un altro sono portati a far bande, a inventare avventure belliche, almeno fino a quelli della mia generazione
I bambocci cazzola attuali li conosco troppo poco, forse dirottano l'aggressività tipicamente maschile verso altro tipo di gioco, comunque sempre molto legato "alla lotta". "alla guerra"
Non so da cosa derivi tutto questo, forse è un ricordo antichissimo e comune, legato agli albori del genere umano, quando gli uomini riunitosi in gruppo andavano a caccia, o far razzie. Forse è la predisposizione all'agire, al dinamismo, alla fisicità e concretezza di ogni atto, che spinge i bimbi a far questo tipo di gioco. Spesso è dovuto ai genitori, i quali hanno il dovere di educare i figlioli, ognuno sceglie il metodo che ritiene più giusto.
Comunque se i bambini non avessero mai giocato alla guerra, non avremmo avuto un grande romanzo, in apparenza per piccini picciò, ma  in realtà indirizzato agli adulti.



Ho letto il libro anni e anni fa, ero ancora un bambino, mi aveva conquistato per l'idea di "azione": la guerra tra bande, l'organizzazione di esse, l'assalto al "fortino", sopratutto la figura del piccolo eroe : Nemecsek. Visto che sono sempre stato malaticcio, che un bimbo nelle mie condizioni, facesse cose splendide per gli altri, nonostante il prezzo finale, ecco mi riempiva di gioia e forza. Almeno questo è il ricordo che ho inventato or ora, per allungare un po' il brodo. Va che è una bellissima tecnica usata da moltissimi scrittori, quando gli chiedono di parlare della loro infanzia.
Tornando al libro, quello che mi ha di nuovo colpito è una certa modernità nella scrittura. Mòlnar mette su pagina dei ragazzini/ bambini più o meno reali. Non sono buoni o vittime degli eventi, ma riproducono in piccolo e nel gioco, il mondo dei grandi e le tante tragedie future ( due guerre mondiali e fascismi vari) come se fosse naturale pensare e metter in scena la guerra.
Elemento che si scatena per un torto che alcuni ragazzi fanno a uno di loro, gli portano via delle palline col quale si sollazzava, per cui vi è anche il tema dell'appartenenza, della difesa di uno che fa parte della nostra banda, ma sopratutto l'idea profonda e forte, assai commovente e non compresa dalla donzelle di tutto il mondo, dell'amicizia virile.
Non è legata al parlarsi per ore dei nostri problemi, non è l'analisi di un fatto che da piccolo diventa universale perché " cosa avrà voluto dire" , ma è legata al tempo fisico passato insieme.  A piccoli gesti, al gioco che nei bambini è vita e assoluta serietà. Certo abbiamo il problema che non sappiamo nulla dei nostri amici, peggio non domandiamo, e che la natura seria e profonda del gioco condiziona tutta la nostra vita, per cui una vera maturità forse non arriva mai.
L'apoteosi è la mia generazione, d'altronde da tipi che reputano Goonies, un capolavoro, che ci dobbiamo aspettare?
Eppure, pur coi suoi limiti, l'amicizia virile non è quella cosa cretina e superficiale che molte pensano sia. Lo si vede nel bellissimo finale: quando tutti vanno a render omaggio al piccolo combattente. Ci sono gli amici di sempre, ma anche i bambini contro cui ha combattuto e quelli che , per una incomprensione, l'avevano allontanato dalla Società dello Stucco.
Sono commossi, versano lacrime, e questo noi uomini dovremmo mantenerlo per tutta la vita. La cultura machista dell'uomo che non deve chiedere mai o reprimere i propri sentimenti, per salvaguardare quel falso mito della virilità, combina più casini e cazzate che non piangere quando siamo tristi o commossi.  Le lacrime di questi bambini, visto che per tutto il romanzo si sforzano di essere soldati coraggiosi ed efficienti, è quanto di più commovente, toccante e meraviglioso sia mai stato scritto in un libro per l'infanzia.
Un'opera che celebra l'età d'oro dell'immaginazione e del coraggio assoluto, dove fatti piccoli e insignificanti valgono l'onore e il rispetto,  tempi in cui tutto è fondamentale, importante. E che si conclude, spiegando ai bambini che la vita è fatta anche di cose negative, di malinconie che scavano dentro il cuore, di lotte che si sgonfiano e scompaiono sotto la disillusione dell'età adulta.
Due mondi, quello dei bambini  e degli adulti, che non si incontrano quasi mai- in questo libro i personaggi dei grandi sono puramente funzionali alla trama, non hanno un vero ruolo educativo e non aiutano i ragazzini a maturare o scoprire qualcosa di fondamentale per la loro vita futura- se non nell'ideologia della guerra. Perché Mòlnar, dopotutto ha scritto proprio questo: un romanzo assolutamente anti militarista, anzi meglio ancora: un romanzo pacifista che mostra l'insensatezza delle guerre, quelle vere fatte dagli adulti. Sacrificare migliaia di vite per una patria o ideale che poi mutano  e lasciano soli i pochi sopravvissuti.
Ecco, rileggendo diversi libri per l'infanzia di inizio 900, e anche quelli di quaranta anni fa, balza all'occhio quanto, questo tipo di narrativa, fosse avanti e profonda: in questi romanzi si parla di vita, amore, ma anche morte e dolore. Senza addolcire nulla.  Oggi quelli anti retorici e trattenuti, non amerebbero che si spendano dieci pagine per descrivere l'agonia di un bimbo, il povero Cipì volerebbe in cieli azzurri senza conoscere la fine amarissima della sua amica Margherita ( quanto ho pianto, dannato Cipì!) non che la violenza o morte sia assente, ma forse è un po' filtrata, una parte di uno show. Non so, è una mia idea anche molto vaga, però mi par di aver visto in giro pochissimi libri di formazione per bambini.
Se così non fosse chiedo venia.

Questo libro, però, lo leggerei ai miei figlioli. C'è tanta azione e dei messaggi educativi davvero importanti. Anzi, fatevi un bel regalo: rileggetelo

mercoledì 15 febbraio 2017

CUORE di EDMONDO DE AMICIS

Probabilmente è il libro più odiato, deriso, dalle masse di lettori acuti e poco avvezzi a sollazzarsi con smancerie retoriche e paternalismi d'accatto. Superato, forse, solo dai Promessi Sposi, al quale non si perdona il bigottismo.  Eppure, codesto libro, coi suoi 130 anni o giù di l^, rimane ancora un piccolo, grande classico, della letteratura infantile, a livello mondiale direi.
Oltre alle infinite trasposizioni cinematografiche, a una serie animata giapponese e le tante parodie, segno che in un modo o nell'altro fa parte dell'immaginario collettivo e ognuno di noi ne porta memoria e traccia con sé. Certo non possiamo negare che ecceda in una retorica patriottica assai pesante, ma è migliore a quella attuale fatta di nazionali di calcio e marò.
"Cuore" è un libro di formazione, educativo, indirizzato ai bambini / ragazzini, per cui ogni cosa viene semplificata, ma non banalizzata, basta saper leggere tra le righe e noterete appunti sulle classi meno abbienti assai forti.
L'unità d'Italia ha lasciato fuori i poveri, come l'erbivendola ad esempio o altre famiglie di operai, muratori.
De Amicis è figlio dell'alta borghesia, uno che si è potuto permettere certi studi, e una carriera militare che lo vide partecipare anche alla battaglia di Custoza.  Cominciò la sua carriera di scrittore, come giornalista militare. In seguito si dedicò alla scrittura di finzione.  " Cuore" è il suo romanzo più popolare, pieno di nazionalismo e spunti educativi, fu ostacolato e criticato aspramente dai cattolici del tempo, poiché non c'è mai una piccola menzione a Dio e alla religione, se non in una frase della madre del protagonista, ma di nessuna rilevanza.
Nel 1896, lo scrittore si appassiona alle idee socialiste, diventa amico di Filippo Turati e collabora con diverse testate di propaganda per questa ideologia politica. Lascia alle spalle il patriottismo spiccio di "Cuore" e si dedica a questioni di classe.
La vita privata dello scrittore, purtroppo, è segnata da una gravissima crisi matrimoniale e dal suicidio di un suo figliolo, ne ha due.




L'opera è strutturata come una serie di episodi,  quasi mai legati tra di loro, segnati sul diario di un alunno: Enrico. Il quale scopre il mondo attraverso la vita dei suoi compagni, del maestro, delle altre famiglie.Nel romanzo ogni classe sociale viene rappresentata, e si nota che allo scrittore interessa la collaborazione, condivisione, tra esseri umani, i quali per caso sono capitati in famiglie più o meno economicamente fortunate. A intervallare le annotazioni del piccolo Enrico, ci sono le raccomandazioni del padre e della madre, didascaliche e retoriche, ma la loro funzione educativa non poteva esser descritta con altro linguaggio; e i racconti dedicati ai piccoli eroi della "giovane italia", come Il Piccolo Scrivano Fiorentino, Dagli Appennini alle Ande, Il Tamburello Sardo e così via.
Racconti che spesso finiscono male, strazianti e commoventi.
Si, cari miei, lo scrittore gioca sporco e fa ricatti morali a destra e mancina, ma è più che lecito farlo, in quanto codesto libro punta tutto sulla forza dirompente dei sentimenti, del melodramma, della commozione popolare, ma è decisamente ben scritto
La sua forma di diario per me è l'idea giusta che rende il libro ancora oggi, un classico da leggere e regalare ai piccini picciò, vista la penuria di romanzi formativi per costoro.
Nella semplicità del linguaggio e degli esempi, credo, si possa donare ai figlioli stimoli per pensare al loro rapporto con gli altri. Ogni classe ha il suo Derossi, Garrone e persino Franti. Per cui, tolti i richiami più pesanti al nazionalismo italico, credo possa rivelarsi assai utile come momento di riflessione sul cameratismo studentesco, il rapporto con gli insegnanti e così via.
Pur con tutti i limiti che uno vorrebbe trovargli, il romanzo ci ha donato personaggi intramontabili e leggendari: dal maestro Perboni, a Garrone - il gigante difensore dei più deboli, e così via.
Elemento particolare, a mio avviso, è che il protagonista del romanzo non spicchi per elementi positivi o particolari. Eco ci vedeva la mediocrità che sarebbe sfociata nel fascismo, oggettivamente sbagliava, suggestionato- come molti intellettuali, forse per un certo senso di colpa o di liberazione dall'educazione famigliare-  dalla figura di Franti, il quale non è un ribelle che combatte contro il sistema, ma semplicemente un prepotente, manesco, non proprio coraggioso- ha paura di Garrone perché più grande e grosso di lui- sicché mi par più fascista costui. In ogni caso, lasciamo stare la polemica col buon Eco, ritorniamo al romanzo: è un'opera che piacerebbe a Spielberg, perché parla di gente media, o di bassa estrazione che fanno cose grandi per amore degli altri o di un'idea. Enrico è proprio uno dei tanti eroi spielberghiani, all'apparenza modesto e di poco peso, ma attento osservatore del mondo che lo circonda, che guarda ora stupito, ora colpito. Un bambino come tanti: non troppo studioso, non sempre buono o nel giusto. Questa cosa mi piace molto.
"Cuore" è un libro che , esattamente come il meraviglioso cinema di Matarazzo,  non ha mezze misure, si perde nel ridicolo e nel ridondante, ma per eccessivo amore e partecipazione emotiva nei confronti dei fatti  e personaggi narrati.  In un mondo dove tutti fanno i fichi radical-cinic, dove la forza del sentimento è sottomessa a un razionalismo fatalista e tedioso, ben venga "Cuore"
Sopratutto una lettura certamente critica nei confronti di molti suoi elementi, ma ancora capace di certe emozioni basilari, elementari, per cullare il bambino in noi.
Buona lettura!

giovedì 12 gennaio 2017

Che mi importa di re cetriolo di Christine Nòstlinger

Possiamo elaborare le teorie più profonde e progressiste su ogni argomento, spostare in avanti sul terreno sociale l'idea che tutto sia normale una volta che ci facciamo l'abitudine, anche non aver legami profondi con nessuno, in particolare il nucleo famigliare di origine, e stare benissimo soli in un mondo di gente dinamica, che fa gioco di squadra, che lavora in aziende dove tutti sono una famiglia.
Solo che il dinamismo imposto da un'evoluzione di e per il mercato ti porta allo stress di competizione e all'esclusione di ogni collaborazione che non sia legata al qui ed ora, il gioco di squadra non unisce i giocatori e li sprona solo a rubare tempo alle loro vite per arricchire pochi, finito il gioco nessuna squadra, nessuna conoscenza in più. L'azienda come famiglia, penso sia molto lampante, no?Una delle grandi cazzate di questi tempi. Dove la famiglia, come la rivoluzione, la democrazia, la civiltà e la vostra amatissima libertà, sono diventate parole vuote. Senza significato alcuno.
Una sorta di autodeterminazione di rappresentanza, legata all'unicità del singolo massificato legato a un infantile bisogno di soddisfazione permanente,  mina dall'interno uno dei pilastri fondamentali delle società passate, presenti, future: la famiglia. Che sia tradizionale, moderna, tutto gira intorno ad essa. I problemi piccoli o grossi che abbiamo, le certezze e i caratteri , tutto parte da lì.
Molti sono i saggi, o i romanzi seri destinati a persone adulte, su questo argomento. Il punto è questo: possiamo scrivere un ottimo romanzo per bambini e pre adolescenti, su questo tema? Come farlo? Non rischiamo di banalizzare il tema?
Questo piccolo, magnifico, entusiasmante libro, ci mostra che tutto dipende dal "chi" e "come" viene affrontato l'argomento.
Cosa narra il libro e come lo fa? Narra le comuni vicissitudini di una classica famiglia austriaca di metà anni 70. Nonno, padre, madre, tre figli.Dove i bimbi sono materia e oggetto dell'autoritarismo paterno, della distanza materna, delle piccole attenzioni del nonno. La famiglia pur vivendo sotto rigide regole imposte dal capofamiglia come se fossero leggi sacre, ci appare subito un luogo disfunzionale e disgregato. Tracce di pedagogia nera, termine tanto caro ad Alice Miller, rancori sopiti e trattenuti, un certo rapporto logoro trasformato in normalità dal vivere quotidiano, sono alla base di questa famiglia. Che poi diventa il modo con cui gli adulti trattano i bambini o i ragazzini. A casa e a scuola: come degli oggetti che devono esser riempiti come tacchini alla cena per il ringraziamento, di idee, valori, regole, da rispettare perché lo vuole il babbo o il professore. Cresceranno cittadini timobondi davanti alle autorità, in pubblico, ma privi di morale nel privato.  L'educazione imposta non serve a nulla, se non a vivere in pace come genitori o professori
Questo universo rigido e soffocante viene mosso dall'arrivo di uno strano essere: Il Re Cetriolo. Cacciato da un colpo di stato da parte delle patate, suoi sudditi, il quale in quella famiglia trova un comodo rifugio per elaborare il suo diabolico piano di rivalsa contro i suoi cittadini.  Il magico non interviene per sanare la situazione, ma anzi la peggiora. Il padre, un uomo mediocre che aspira al successo, sordo alle richieste affettive degli altri, si lascia conquistare da questo reuccio ridicolo, meschino, che parla un improbabile latino. Anche il figlio minore apprezza il nuovo arrivato. Gli occhi di un innocente vedono solo innocenza.  Ma Wolfi, il protagonista e sua sorella maggiore, Martina, non ci cascano e cercano di sbarazzarsi di quell'intruso. In scena viene messa la dinamica del conflitto in seno alla famiglia, in anni in cui una certa libertà delle persone poteva far credere che sarebbe venuta anche l'era del cinghiale bianco, se si fosse voluto. Importante però, non dimentichiamolo, che questi conflitti sociali e personali hanno pur sempre messo in atto una riflessione alta e nobile su argomenti fondamentali.
Così questo libro ci spiega che una buona famiglia è quella dove si discute, si riflette, ci si arrabbia pure, ma nessuno viene escluso. Nessuno è troppo vecchio, troppo giovane, troppo alternativo o troppo donna, per non meritare attenzione. L'autrice non isola la famiglia in un regno a sé stante, ma la collega alla scuola, e alla società (la rivoluzione delle patate è una sorta di inno alla rivoluzione socialista e a una vera democrazia partecipata) perchè i libri per i bimbi o i ragazzini non sono una serie di baggianate insulse, ma spiegano a loro la vita, le relazioni, tante cose.
Anche la morte, come vedremo nella prossima recensione di un altro classico del genere.

lunedì 11 luglio 2016

Cipì di Mario Lodi

Che fine ha fatto la " narrativa per bambini"  ? Esistono ancora libri educativi per i più piccini? Molto probabilmente sì. D'altronde i bambini continuano a nascere, per cui la necessità di aver libri di formazione per i bimbi, non penso sia del tutto tramontata. Esattamente come per la poesia, penso che la narrativa infantile sia un pianeta a sé, nell'universo ampio e infinito della letteratura. Il compito di aiutare i più piccini a comprendere i meccanismi della vita, attraverso il discorso della fiaba, va oltre la semplice abilità narrativa. Cè forse un po' di psicologia, e non solo. Però è fondamentale, necessaria, importante. Spesso viene liquidata come cosa per bimbi, nel senso dispregiativo del termine. Cioè qualcosa di semplicistico, banale, sentimentalista. Ma anche se fosse? Va bene così. Ci penserà la vita a renderlo un adulto qualunquista e pressapochista che legge e cita la Fallaci a cazzo di cane. Lasciamo che da bimbi, l'incontro con i libri e il piacere di leggere, avvenga sotto la luce splendida splendente di storie emozionanti, semplici, dirette, eppure ricche di simbolismi e metafore,per insegnare a loro che la meraviglia per la vita, l'amore, la morte, il dolore, è la cosa che ci rende umani.




Ok, è andata così: avevo la febbre, giusto? Direi proprio di sì. Per cui, mentre mia moglie era al lavoro, io me ne stavo a recitare la mia parte di moribondo a casa. Una buona interpretazione. Non ti dico da Oscar, ma un Nastro d'Argento, forse sì. A un certo punto, mentre mi aggiro come  uno zombi in casa, mi imbatto in codesto libro: Cipì di Mario Lodi. Non so cosa sia. Mai sentito in vita mia. Lo prendo, è un libretto corto. Una piacevole lettura penso.
Ecco: la lettura non solo è piacevole, ma è anche avvincente. Ci si appassiona subito a codesto libello. Solo che c'è un piccolo particolare: è triste. Si, ogni fiaba ha un suo elemento di tristezza. Lo so. Ma questo è...Davvero triste. Però di quella tristezza fondamentale che poi serve per raggiungere consapevolezza e gioia. Un insegnamento che oggi, nella debole cultura della felicità precotta e veloce, della soddisfazione del proprio sé in chiave edonistica e superficiale, viene visto come bigotto, reazionario. Oggi viviamo in un mondo di teste di cazzo, ecco . Sicché freghiamoci di quel che dicono o pensano gli altri, e godiamoci la lettura, ma sopratutto il mondo di questo passerotto
La storia è quella di un passerottino curioso, pieno di iniziativa, leale e puro che conosce il mondo e le sue tante meraviglie, ma anche i pericoli. Che siano un campo di grano o il cielo infinito, simboli di gioia e allegria, che il gatto o un temibile gufo, simboli di morte e dolore.
Commuove "Cipì" e non si preoccupa di farlo in modo devastante. Nel 1972, quelli che avendo problemi con le proprie emozioni e la vergogna di palesarle, ciarlano di " cinema trattenuto", di distanza, equilibrio, ecco questi non c'erano. O giustamente non venivano ascoltati. Non ci si vergognava di piangere e an che tanto per un uccellino e le sue tragiche avventure.
Dalla morte di una piccola margherita, all'inverno tragico, alla moria di piccoli per colpa di un gufo. Sono passaggi necessari: si vive e si muore. E in mezzo, tra questi due grandi eventi, c'è spazio anche per trovare la compagna della propria vita, altro messaggio che in epoca di precarietà sentimentale, par assurdo, la comprensione che non siamo soli, ma viviamo in collettività e quindi dobbiamo cooperare, condividere, aiutare gli altri. Ci insegna che talora non verremo capiti e forse anche disprezzati dagli altri, perché la voglia di sapere e la verità, ci spingeranno a non accettare dogmi e verità rassicuranti, ma non dimostrate. E che , quando tutti ci odieranno, è fondamentale non darsi per vinti, ma lottare per la verità. Non tanto per un riscatto personale. No, ma per tutti: noi e gli altri.
Il libro è frutto del lavoro collettivo dello scrittore e dei bimbi di una scuola materna, dove lui - mi pare facesse il maestro- è una perla struggente e appassionante di purissimo sentimento e lezioni di vita, etica, morale. Si, parole che agli uomini liberi e infelici fan tanto paura, ma lasciamo che almeno da bambini, queste cose ci aiutino a crescer un po' meglio.
Riprendiamo l'abitudine di leggerli codesti libri, non tanto per i nostri figli, ma anche per noi stessi.  Ritorniamo a una vaga e imbarazzante purezza di sguardo, di animo. voliamo nella vita e nella morte con Cipì. Non potrebbe che farci del bene.

mercoledì 21 gennaio 2015

ARRIVA PADDINGTON di MICHEAL BOND

Primo di una lunga serie, cominciata nel 1958 e conclusa nel 2008, di libri scritti da Micheal Bond un ex cameramen della bbc, autore di diversi libri per bambini. L'orso venuto dal misterioso Perù è un vero e proprio fenomeno letterario e non solo: serie a cartoni animate e questo anno anche un film davvero notevole.
La letteratura per l'infanzia spesso viene bistrattata o poco considerata, rilegata a un convenzionale " che bello!", perché legata a un mondo fatto di sogni, fantasia, possibilità infinite, in contrapposizione alla vita grigia e monotona di un medio lavoratore. Un grosso sbaglio, perché essa ha una funzione educativa fondamentale. Attraverso le avventure surreali, stralunate, di personaggi immaginari, prepara i piccoli a diventare adulti e non il contrario. Non è" roba per bambini ", quindi per comprenderla devo essere uno di quei tragici immaturi , eterni bambocci ed adolescenti, niente affatto. Ma ritrovare la voglia di crescere, di costruirsi una propria identità,conoscere il mondo, ed è questo che vogliono tutti i bambini ed è questo che fa la letteratura per l'infanzia.
Oserei dire che Paddington è l'esempio calzante della teoria esposta sopra.



Il libro comincia con il ritrovamento del simpatico orsetto "combinaguai ",( nella frequentatissima fermata di Paddington) , da parte della famiglia Brown. Proprio da essa prenderà il nome l'orso proveniente dal misterioso Perù, mandato dalla Zia Lucy, la quale si è ritirata nell'ospizio per orsi, per rifarsi una vita in quel di Londra.



Il libro in questo modo ci spiega come sia complesso e difficile inserirsi in un nuovo contesto, come il diverso non sia mai un pericolo,ma una nuova vita e nuove abitudini da scoprire. C'è anche un po' di storia britannica, di modo che i bimbi leggendo imparino le loro origini e la loro storia.
Un'opera delicata,leggera,eppure a tratti malinconica e tipicamente british. L'orso porta scompiglio e guai in ogni posto dovunque si rechi, mettendo in imbarazzo la famiglia Brown o spiazzandola con disastri epici,eppure - non si sa come- cade sempre in piedi. Che sia la metropolitana, il bagno di casa, la spiaggia, il teatro, la festa di natale. Ci ricorda come spesso i bimbi , nel loro esplorare il mondo, siano portati a sperimentare e creare pasticci,ma non è la repressione e il castigo a farli crescere,ma proprio la sperimentazione dei loro limiti e di come uscirne.
In questo Paddington è assai istruttivo. Insegna come l'attenzione per il diverso e la sua accettazione sia doverosa in una società civile e democratica, e ci fa comprendere il punto di vista di un bambino piccolo, di come  per lui tutto sia nuovo,un'avventura,e di come cerchi di soddisfare la sua curiosità,e parallelamente di donare/cercare la nostra approvazione e affetto di adulti.



Serve anche a noi lettori da troppo tempo abbandonati alla mediocrità di letture convenzionalmente sentimentali o pruriginose , o ciniche alla cazzo di cane, per ritrovare serenità,gioia, divertimento. E un filino di commozione per questo meraviglioso personaggio

lunedì 20 ottobre 2014

LA BAMBINA CHE AMAVA TOM GORDON di STEPHEN KING.

Una bambina si perde nel bosco.
Ecco, questa in massima sintesi la trama di questo ottimo romanzo.  Ora, quanti sviluppi potremmo dare alla trama? Eh, hai voglia ! Tantissimi.  Potresti far che lei incontri personaggi fatati e che il bosco sia una porta verso fantastici regni, potresti popolare il bosco di mostri terrificanti, potresti farle incontrare una famiglia di psicopatici cannibali. Tantissime cose. Tutte cose che ti aspetteresti da un romanziere noto per i libri horror.
Saremmo tutti felici,perché l'ammiratore disciplinato non vuole altro che leggere quello che lui pensa. Non affidarsi al lavoro sapiente e alla visione dell'Autore, oramai , anzi...L'autore è un vecchio idolo crollato per i nostri avi. Noi amiamo una letteratura popolare fatta dalla ggggente per la gggente.
Quindi ecco fioccare critiche estemporanee , di natura personalistica, con il gusto od opinione del singolo che prende il posto di una riflessione più seria.
Viviamo il tempo di giudizi come: che palle, noioso,lammmerda e così via. Sai, i treni per la siberia non partono più e la rete enfatizza ogni cazzata che scriviamo.



King avrebbe potuto scrivere un romanzo horror. D'altronde lui, da anni, è il " Re" del genere,che piaccia o no. L'uomo che è riuscito a superare anche la barriera del genere e il settarismo di chi scrive e legge il genere, qualsiasi persona - anche se non ama l'horror- lo conosce. Almeno per aver visto un film tratto da un suo libro, o per altri ameni motivi.
Quando succede codesta cosa io sono felicissimo. Non sono uno di quelli che si accontenta di essere l'idolo degli amici del bar di Livorno, sopratutto quando un artista che a me garba , abbia stoffa e talento da vendere.
E King ce li ha.
Si dice , luogo comune, che egli sia pleonasticamente prolisso. Rientra nei giudizi debolissimi dell'opinionismo da web, io invece questa sua prerogativa l'adoro. Non è prolissità,è attenzione. E in codesto romanzo ne avete la prova provata.



Un romanzo breve, ( solo 200 pagine molto più che meno),rispetto alla produzione kinghiana per narrare la vicenda di una bambina: Trish.
Lei è in gita con la mamma e il fratello Peter, adolescente inquieto che si sente vittime del bullismo dei nuovi compagni, in poche pagine ci viene spiegata una situazione famigliare. La separazione dei genitori, un adolescente fragile che cerca di ritrovare la quotidiana serenità non comprendendo le problematiche dei genitori,e la madre non ha la forza di capire il dolore del figlio. Una situazione normale,che tutti possiamo o abbiamo vissuto
E poi c'è lei: Trish. Una bambina come tante,se non fosse per la sua passione per il gioco , anzi voglio scrivere : il giuoco,  del baseball . In particolare per un giocatore: Tom Gordon.



Tutti abbiamo avuto i nostri idoli, ( io ce li ho ancora: lars, nanni, woody, josip vissarionovic dszusghavili,),fa parte dell'età.  Per crescere , poi, si deve metterli in discussione. Come ho fatto io con King e Moretti,perché noi cambiamo durante la nostra vita, ( se non dovesse capitare significa che abbiamo quella bruttissima malattia che è l'adolescenza eterna. Vivendola male nel corpo di un vecchio,pensateci eh),quindi metterli in discussione significa decidere " cosa portare con noi". King ,ad esempio, lo porterò con me fino alla morte.

Trisha è piccola non si fa di questi problemi. Ha altri problemi, tipo: " dove fare la pipì?" Ma facile! Dietro un albero. Solo che la tua mamma sta litigando con tuo fratello,e in poco tempo ti hanno persa.
Comincia ora un'avventura fatta di fango, paludi,temporali, notti all'aperto,isolata dal mondo e in preda ad allucinazioni terrificanti, ( la misteriosa cosa, nota come Il Dio Dei Perduti),o consolatorie , ( come il tuo idolo Tom Gordon),sopra a questo c'è la solitudine e sopratutto la paura.

L'abilità di Stephen King è quella di prendere come protagonista assoluta la bambina,lasciando piccoli spazi ai suoi parenti e ad altri personaggi, che comunque sono descritti benissimo,  facendoci entrare nella sua testa.
Non è un adulto che descrive un bambino,ma facendolo agire come " un adulto pensa si comporti un bambino",ma una persona adulta che lascia spazio a una piccola di esprimersi ed esprimere le sue paure ,ma anche le piccole gioie per aver superato certi ostacoli.

Molti rimarranno delusi perché pretendono l'orrore a tutti i costi. Presenze demoniache, vampiri. Non ci sono,ma c'è un altro tipo di orrore, più sottile, più concreto in un certo senso. I rumori notturni, la fitta vegetazione, gli animali, ( che guarda caso non sono pucciosi come disney , quel farabutto, ce li rappresenta),e ripeto: essere soli.



Uno scrittore mediocre, o peggio ancora un ex grande oramai sulla strada del tramonto, non saprebbe descrivere così bene la situazione e non ci farebbe entrare nella testa della piccola,avvertire la consistenza del fango,l'umidità dei boschi, la sofferenza per il distacco dai cari e la spossatezza per la malattia,l'imbarazzo e il pianto disperato per non trattenere esigenze fisiche. Girerebbe a vuoto.
Questo in codesto piccolo,ma buon romanzo, non capita.
Abbiamo esseri umani descritti nei migliori dei modi. Non è affatto poco.
Certo se il finale fosse tragico,come ho immaginato io,sarebbe migliore,ma non lo è. Rimane un'ottima chiosa lo stesso,ostrega!