Da bambini, quasi tutti noi, abbiamo giocato alla guerra. O ricevuto armi giocattolo in regalo. Solo negli ultimi trenta anni, o poco più, in parte si è messo in discussione questo tipo di doni. Fatto sta i bambini in un modo o in un altro sono portati a far bande, a inventare avventure belliche, almeno fino a quelli della mia generazione
I bambocci cazzola attuali li conosco troppo poco, forse dirottano l'aggressività tipicamente maschile verso altro tipo di gioco, comunque sempre molto legato "alla lotta". "alla guerra"
Non so da cosa derivi tutto questo, forse è un ricordo antichissimo e comune, legato agli albori del genere umano, quando gli uomini riunitosi in gruppo andavano a caccia, o far razzie. Forse è la predisposizione all'agire, al dinamismo, alla fisicità e concretezza di ogni atto, che spinge i bimbi a far questo tipo di gioco. Spesso è dovuto ai genitori, i quali hanno il dovere di educare i figlioli, ognuno sceglie il metodo che ritiene più giusto.
Comunque se i bambini non avessero mai giocato alla guerra, non avremmo avuto un grande romanzo, in apparenza per piccini picciò, ma in realtà indirizzato agli adulti.
Ho letto il libro anni e anni fa, ero ancora un bambino, mi aveva conquistato per l'idea di "azione": la guerra tra bande, l'organizzazione di esse, l'assalto al "fortino", sopratutto la figura del piccolo eroe : Nemecsek. Visto che sono sempre stato malaticcio, che un bimbo nelle mie condizioni, facesse cose splendide per gli altri, nonostante il prezzo finale, ecco mi riempiva di gioia e forza. Almeno questo è il ricordo che ho inventato or ora, per allungare un po' il brodo. Va che è una bellissima tecnica usata da moltissimi scrittori, quando gli chiedono di parlare della loro infanzia.
Tornando al libro, quello che mi ha di nuovo colpito è una certa modernità nella scrittura. Mòlnar mette su pagina dei ragazzini/ bambini più o meno reali. Non sono buoni o vittime degli eventi, ma riproducono in piccolo e nel gioco, il mondo dei grandi e le tante tragedie future ( due guerre mondiali e fascismi vari) come se fosse naturale pensare e metter in scena la guerra.
Elemento che si scatena per un torto che alcuni ragazzi fanno a uno di loro, gli portano via delle palline col quale si sollazzava, per cui vi è anche il tema dell'appartenenza, della difesa di uno che fa parte della nostra banda, ma sopratutto l'idea profonda e forte, assai commovente e non compresa dalla donzelle di tutto il mondo, dell'amicizia virile.
Non è legata al parlarsi per ore dei nostri problemi, non è l'analisi di un fatto che da piccolo diventa universale perché " cosa avrà voluto dire" , ma è legata al tempo fisico passato insieme. A piccoli gesti, al gioco che nei bambini è vita e assoluta serietà. Certo abbiamo il problema che non sappiamo nulla dei nostri amici, peggio non domandiamo, e che la natura seria e profonda del gioco condiziona tutta la nostra vita, per cui una vera maturità forse non arriva mai.
L'apoteosi è la mia generazione, d'altronde da tipi che reputano Goonies, un capolavoro, che ci dobbiamo aspettare?
Eppure, pur coi suoi limiti, l'amicizia virile non è quella cosa cretina e superficiale che molte pensano sia. Lo si vede nel bellissimo finale: quando tutti vanno a render omaggio al piccolo combattente. Ci sono gli amici di sempre, ma anche i bambini contro cui ha combattuto e quelli che , per una incomprensione, l'avevano allontanato dalla Società dello Stucco.
Sono commossi, versano lacrime, e questo noi uomini dovremmo mantenerlo per tutta la vita. La cultura machista dell'uomo che non deve chiedere mai o reprimere i propri sentimenti, per salvaguardare quel falso mito della virilità, combina più casini e cazzate che non piangere quando siamo tristi o commossi. Le lacrime di questi bambini, visto che per tutto il romanzo si sforzano di essere soldati coraggiosi ed efficienti, è quanto di più commovente, toccante e meraviglioso sia mai stato scritto in un libro per l'infanzia.
Un'opera che celebra l'età d'oro dell'immaginazione e del coraggio assoluto, dove fatti piccoli e insignificanti valgono l'onore e il rispetto, tempi in cui tutto è fondamentale, importante. E che si conclude, spiegando ai bambini che la vita è fatta anche di cose negative, di malinconie che scavano dentro il cuore, di lotte che si sgonfiano e scompaiono sotto la disillusione dell'età adulta.
Due mondi, quello dei bambini e degli adulti, che non si incontrano quasi mai- in questo libro i personaggi dei grandi sono puramente funzionali alla trama, non hanno un vero ruolo educativo e non aiutano i ragazzini a maturare o scoprire qualcosa di fondamentale per la loro vita futura- se non nell'ideologia della guerra. Perché Mòlnar, dopotutto ha scritto proprio questo: un romanzo assolutamente anti militarista, anzi meglio ancora: un romanzo pacifista che mostra l'insensatezza delle guerre, quelle vere fatte dagli adulti. Sacrificare migliaia di vite per una patria o ideale che poi mutano e lasciano soli i pochi sopravvissuti.
Ecco, rileggendo diversi libri per l'infanzia di inizio 900, e anche quelli di quaranta anni fa, balza all'occhio quanto, questo tipo di narrativa, fosse avanti e profonda: in questi romanzi si parla di vita, amore, ma anche morte e dolore. Senza addolcire nulla. Oggi quelli anti retorici e trattenuti, non amerebbero che si spendano dieci pagine per descrivere l'agonia di un bimbo, il povero Cipì volerebbe in cieli azzurri senza conoscere la fine amarissima della sua amica Margherita ( quanto ho pianto, dannato Cipì!) non che la violenza o morte sia assente, ma forse è un po' filtrata, una parte di uno show. Non so, è una mia idea anche molto vaga, però mi par di aver visto in giro pochissimi libri di formazione per bambini.
Se così non fosse chiedo venia.
Questo libro, però, lo leggerei ai miei figlioli. C'è tanta azione e dei messaggi educativi davvero importanti. Anzi, fatevi un bel regalo: rileggetelo
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venerdì 17 febbraio 2017
lunedì 12 settembre 2016
47 GRADINI AL BUIO di SIMONE LEGA
Una piacevolissima sorpresa. Ecco, come potrei definire questa lettura. Non tanto per il tema trattato, o per come si evolvono i fatti e i personaggi, quanto per l'ambientazione, la profondità e il rispetto nel scrivere personaggi, certamente legati al genere, ma mai mere figurine senza nessuna funzione se non quella di morire male
E qui, credetemi, si muore davvero male.
Simone Lega, usa un genere forse poco sfruttato, dalle nuove e "post-citazioniste" generazione di nuovi scrittori: il romanzo gotico.
Ci sono cripte, sotterranei, villaggi fatiscenti e boschi dove è facile perdersi. C'è il signore crudele, malvagio, ci sono gli innamorati divisi dal destino, sopratutto ogni personaggio è rappresentato, descritto, posto sulla pagina e nella memoria del lettore, con tanto amore e partecipazione.
Sono esseri umani che vivono in un tempo e periodo storico, che ci ha donato meraviglie artistiche e orribili massacri. Un po' come oggi, ma senza le meraviglie artistiche.
L'elemento fantastico, soprannaturale, orrorifico, è presente, ha una parte anche importante, ma non snatura una riflessione filosofica, ad opera dell'autore, sulla natura maligna del destino, degli eventi cui va incontro l'essere umano. Questo pessimismo cosmico con zombi, che condanna ogni personaggio, dove non conta molto essere buoni o cattivi, peccatori e santi, poiché destinati a un triste e solitario finale, tanto per citare alla cazzo di cane un bel romanzo argentino, come se Leopardi, Bergman, e tutta la corte degli artisti più raffinati, meditabondi, filosofici, abbiano deciso di mettersi a scrivere un romanzo di genere.
Questa è la differenza fra grandi scrittori e pennivendoli. Come nel cinema, un grande regista usa il genere per dire altro e un mediocre non va oltre al rispetto per inerzia delle regole, pure nella scrittura qualcuno è in grado di andare oltre a una storia di maledizioni, morti che tornano in vita, Satana e tutto quello che potrebbe starci in una normale storia dell'orrore, per analizzare con attenzione e un umanissimo distacco, la sofferenza umana. Il doloroso mestiere di vivere. L'uomo schiacciato dalla classe dominante, l'infelicità e i traumi che possono trasformare un bimbo "buono, in un adulto malvagio.
Lega ci invita a riflettere su cosa significhi esser buoni o cattivi, che importanza possa avere e se non fosse più credibile il fatto che saremmo tutti- forse- condannati a una vita di sofferenze, disillusioni, rancori, ferocia e quindi alla dannazione.
Gran parte del fascino, del piacere, di questo libro e della sua lettura, deriva senza ombra di dubbio anche per via dell'ambientazione in epoca medioevale. La rocca di Castroverde, con la sua terribile maledizione che si cela nella cripta dove non riposano in pace i morti, la vita nel villaggio, le spiegazioni sulla vita in quel periodo, senza che il tutto risulti inventato, manipolato, ma anzi credibile e "realistico", è una delle cose positive di questo bellissimo romanzo.
Cupo, disperato, crudo, ma mai cinico, mai morboso, mai divertito della cattiva sorte che tocca ai personaggi, mai compiaciuto della violenza, inevitabile visto l'argomento, ma sempre con uno sguardo compassionevole, dolente, tanto da celebrare il genere, ma senza risultarne schiavo.
Lettura, quindi, assolutamente consigliata.
E qui, credetemi, si muore davvero male.
Simone Lega, usa un genere forse poco sfruttato, dalle nuove e "post-citazioniste" generazione di nuovi scrittori: il romanzo gotico.
Ci sono cripte, sotterranei, villaggi fatiscenti e boschi dove è facile perdersi. C'è il signore crudele, malvagio, ci sono gli innamorati divisi dal destino, sopratutto ogni personaggio è rappresentato, descritto, posto sulla pagina e nella memoria del lettore, con tanto amore e partecipazione.
Sono esseri umani che vivono in un tempo e periodo storico, che ci ha donato meraviglie artistiche e orribili massacri. Un po' come oggi, ma senza le meraviglie artistiche.
L'elemento fantastico, soprannaturale, orrorifico, è presente, ha una parte anche importante, ma non snatura una riflessione filosofica, ad opera dell'autore, sulla natura maligna del destino, degli eventi cui va incontro l'essere umano. Questo pessimismo cosmico con zombi, che condanna ogni personaggio, dove non conta molto essere buoni o cattivi, peccatori e santi, poiché destinati a un triste e solitario finale, tanto per citare alla cazzo di cane un bel romanzo argentino, come se Leopardi, Bergman, e tutta la corte degli artisti più raffinati, meditabondi, filosofici, abbiano deciso di mettersi a scrivere un romanzo di genere.
Questa è la differenza fra grandi scrittori e pennivendoli. Come nel cinema, un grande regista usa il genere per dire altro e un mediocre non va oltre al rispetto per inerzia delle regole, pure nella scrittura qualcuno è in grado di andare oltre a una storia di maledizioni, morti che tornano in vita, Satana e tutto quello che potrebbe starci in una normale storia dell'orrore, per analizzare con attenzione e un umanissimo distacco, la sofferenza umana. Il doloroso mestiere di vivere. L'uomo schiacciato dalla classe dominante, l'infelicità e i traumi che possono trasformare un bimbo "buono, in un adulto malvagio.
Lega ci invita a riflettere su cosa significhi esser buoni o cattivi, che importanza possa avere e se non fosse più credibile il fatto che saremmo tutti- forse- condannati a una vita di sofferenze, disillusioni, rancori, ferocia e quindi alla dannazione.
Gran parte del fascino, del piacere, di questo libro e della sua lettura, deriva senza ombra di dubbio anche per via dell'ambientazione in epoca medioevale. La rocca di Castroverde, con la sua terribile maledizione che si cela nella cripta dove non riposano in pace i morti, la vita nel villaggio, le spiegazioni sulla vita in quel periodo, senza che il tutto risulti inventato, manipolato, ma anzi credibile e "realistico", è una delle cose positive di questo bellissimo romanzo.
Cupo, disperato, crudo, ma mai cinico, mai morboso, mai divertito della cattiva sorte che tocca ai personaggi, mai compiaciuto della violenza, inevitabile visto l'argomento, ma sempre con uno sguardo compassionevole, dolente, tanto da celebrare il genere, ma senza risultarne schiavo.
Lettura, quindi, assolutamente consigliata.
domenica 21 agosto 2016
ITALIA di FABIO MASSIMO FRANCESCHELLI
Debutto letterario davvero notevole per Fabio Massimo Franceschelli , il suo libro " Italia" è un avvincente storia corale e di apocalisse quotidiana, che rimandando ai lavori di un Niccolò Ammaniti, descrive benissimo questo periodo quasi eterno di crisi sociale e individuale. Italiano, ma non solo.
Quasi come fosse una visione decadente, spezzata, tormentata, del "quarto stato", i personaggi di codesto ottimo libro, si muovono verso di noi lettori portandoci tutta la loro miseria di vivere. Tutti sono accomunati da un malessere esistenziale e sociale, quasi come se tutto questo male, questa mancanza di ideali, di interessi sinceri verso l'altro, questa povertà vestita di merci, violenza, solitudine acida e amarissima, fosse un'onda maestosa e appiccicosa di pece pronta a sommergerci.
Ci toglie il fiato la lettura di Italia, perchè è dolorosa, amarissima, e in quella folla di perdenti e sconfitti, nonostante alcuni facciano lavori considerati "prestigiosi", c'è il terribile vuoto di un'umanità prossima all'estinzione, ma che un dio balordo e con un grande senso dell'umorismo, non concede a essa nemmeno una bella dipartita. Solo una cupa sofferenza, rabbia repressa, rapporti precari come il lavoro.
Per me, è un'idea che mi è venuta ora del tutto estemporanea, però io mi innamoro sempre delle mie idee e dei miei pensieri, sono i benefici di esser egocentrici, un buon autore è uno che sa creare immagini forti ed evocative. Franceschelli, è particolarmente dotato per questo: il corteo silenzioso dei lavoratori del centro commerciale, il minaccioso stormo di gabbiani, sono immagini ricchi di possanza. Da una parte, il corteo interno, in poche righe ci viene mostrato chi sono i lavoratori oggi. Mandrie portate al massacro, disuniti, perché parlare di unità in tempi di sfrontato, aggressivo, infelice individualismo, non ha più senso. Il lavoratore senza coscienza di classe, senza riconoscere le sue autentiche radici, senza solidarietà con gli altri, non è niente. Anzi meno. La democrazia ti fa fare le tue sfilate depresse o peggio ancora piene di slogan arrabbiati, come un padre permette al figliolo di piangere e arrabbiarsi, ma tanto poi- quando l'infante si stanca- lo mettiamo a dormire all'ora che abbiamo deciso noi. Ecco questa è la democrazia liberale: fai casino, urla, piangi, o rimani in silenzio. Tanto noi abbiamo la legge del mercato, la religione del denaro, dalla nostra parte. Pensare che oggi molti parlano del lavoro come di una cosa meravigliosa, che ti dà un ruolo e una missione sociale, mi fa solo ridere.
L'autore, però, ci mette una tenerezza disarmante nel descrivere questi lavoratori, come è evidente anche per gli altri personaggi. A distanza, rispettoso e pudico, evitando il ciarpame ridondante di frasi o passaggi retorici e melodrammatici, ma mostrandoci la fauna umana e la sua normale, naturale, disperazione. Che siano bulli di quartiere in divisa, uomini delle risorse umane, traffichini loschi, vecchi e ridicoli latin lover, donne spezzate dall'amore sbagliato, lo scrittore non condanna o giudica, non ti dice: va che coglione questo, ci arrivi tu lettore. Eppure, mi sento di dire, non c'è quella vigliaccheria tipica dei mediocri, che tanto va di moda oggi: non giudicare, non criticare. Tutto il libro ha una tensione quasi biblica, di una fortissima religiosità laica, che non lascia spazio a facili giustificazioni e compassioni. La Cattedrale, si chiama il centro commerciale dove è ambientato il romanzo. Non a caso, ma perché lì, un popolo che si crede libero poiché ha voltato le spalle all'idea nobile di dio o di una sana e preziosa ideologia, va a confessarsi, fare penitenza, celebrare la grandezza del creato, aspettare miracoli sotto forma di sconti.
Il libro è la visione allucinata di questa Babele. di questa terra di peccatori senza gioia di peccare, visto che il vizio, la trasgressione, la deviazione. sono materiali di massa e di consumo.
L'apocalisse, la natura che per un momento si rammenta di esser cacciatrice e maligna, non certo quella cosa da metter su facebook per ritrovare una delicatezza e dolcezza che non troviamo nei nostri simili, esplode e non potrebbe fare altro che in un luogo simile e tra personaggi simili.
Lo stile di Franceschelli è limpido, tagliente, fatto di poche immagini che però spiegano benissimo il vissuto del personaggio.. Si nota una certa epica trattenuta, centellinata con parsimonia, ma mai troppo minimalista, mai accomodante, certo, però - grazie a josip vessarionovic dszughavili- nemmeno compiaciuta, cinica un tanto al chilo, pulp, molto pulp, pure troppo
Equilibrio teso, ecco come si potrebbe definire il libro .
Opera molto visiva, con forti agganci al cinema, non vuol dire che sembri una sceneggiatura, non sotto intende nulla di critico, dico solo che è un libro molto basato sulle immagini, sul vedere, dove l'azione è pensiero e non viceversa.
Non mi dispiacerebbe veder una trasposizione cinematografica di questa splendida opera di debutto. Sopratutto le pagine conclusive sono potenti e cariche di epica apocalittica, da lasciar senza fiato.
In ogni caso, non badate a codesta recensione non proprio professionale, comprate questo libro.
Per voi, per la vostra/o amata/o, per un amico, pure per il vostro cane. Non importa, per chi, ma compratelo. Avrete tra le mani un oggetto misterioso, che filtra il genere e il pamphlet politico-filosofico, per costruire un avvincente ibrido.
Quasi come fosse una visione decadente, spezzata, tormentata, del "quarto stato", i personaggi di codesto ottimo libro, si muovono verso di noi lettori portandoci tutta la loro miseria di vivere. Tutti sono accomunati da un malessere esistenziale e sociale, quasi come se tutto questo male, questa mancanza di ideali, di interessi sinceri verso l'altro, questa povertà vestita di merci, violenza, solitudine acida e amarissima, fosse un'onda maestosa e appiccicosa di pece pronta a sommergerci.
Ci toglie il fiato la lettura di Italia, perchè è dolorosa, amarissima, e in quella folla di perdenti e sconfitti, nonostante alcuni facciano lavori considerati "prestigiosi", c'è il terribile vuoto di un'umanità prossima all'estinzione, ma che un dio balordo e con un grande senso dell'umorismo, non concede a essa nemmeno una bella dipartita. Solo una cupa sofferenza, rabbia repressa, rapporti precari come il lavoro.
Per me, è un'idea che mi è venuta ora del tutto estemporanea, però io mi innamoro sempre delle mie idee e dei miei pensieri, sono i benefici di esser egocentrici, un buon autore è uno che sa creare immagini forti ed evocative. Franceschelli, è particolarmente dotato per questo: il corteo silenzioso dei lavoratori del centro commerciale, il minaccioso stormo di gabbiani, sono immagini ricchi di possanza. Da una parte, il corteo interno, in poche righe ci viene mostrato chi sono i lavoratori oggi. Mandrie portate al massacro, disuniti, perché parlare di unità in tempi di sfrontato, aggressivo, infelice individualismo, non ha più senso. Il lavoratore senza coscienza di classe, senza riconoscere le sue autentiche radici, senza solidarietà con gli altri, non è niente. Anzi meno. La democrazia ti fa fare le tue sfilate depresse o peggio ancora piene di slogan arrabbiati, come un padre permette al figliolo di piangere e arrabbiarsi, ma tanto poi- quando l'infante si stanca- lo mettiamo a dormire all'ora che abbiamo deciso noi. Ecco questa è la democrazia liberale: fai casino, urla, piangi, o rimani in silenzio. Tanto noi abbiamo la legge del mercato, la religione del denaro, dalla nostra parte. Pensare che oggi molti parlano del lavoro come di una cosa meravigliosa, che ti dà un ruolo e una missione sociale, mi fa solo ridere.
L'autore, però, ci mette una tenerezza disarmante nel descrivere questi lavoratori, come è evidente anche per gli altri personaggi. A distanza, rispettoso e pudico, evitando il ciarpame ridondante di frasi o passaggi retorici e melodrammatici, ma mostrandoci la fauna umana e la sua normale, naturale, disperazione. Che siano bulli di quartiere in divisa, uomini delle risorse umane, traffichini loschi, vecchi e ridicoli latin lover, donne spezzate dall'amore sbagliato, lo scrittore non condanna o giudica, non ti dice: va che coglione questo, ci arrivi tu lettore. Eppure, mi sento di dire, non c'è quella vigliaccheria tipica dei mediocri, che tanto va di moda oggi: non giudicare, non criticare. Tutto il libro ha una tensione quasi biblica, di una fortissima religiosità laica, che non lascia spazio a facili giustificazioni e compassioni. La Cattedrale, si chiama il centro commerciale dove è ambientato il romanzo. Non a caso, ma perché lì, un popolo che si crede libero poiché ha voltato le spalle all'idea nobile di dio o di una sana e preziosa ideologia, va a confessarsi, fare penitenza, celebrare la grandezza del creato, aspettare miracoli sotto forma di sconti.
Il libro è la visione allucinata di questa Babele. di questa terra di peccatori senza gioia di peccare, visto che il vizio, la trasgressione, la deviazione. sono materiali di massa e di consumo.
L'apocalisse, la natura che per un momento si rammenta di esser cacciatrice e maligna, non certo quella cosa da metter su facebook per ritrovare una delicatezza e dolcezza che non troviamo nei nostri simili, esplode e non potrebbe fare altro che in un luogo simile e tra personaggi simili.
Lo stile di Franceschelli è limpido, tagliente, fatto di poche immagini che però spiegano benissimo il vissuto del personaggio.. Si nota una certa epica trattenuta, centellinata con parsimonia, ma mai troppo minimalista, mai accomodante, certo, però - grazie a josip vessarionovic dszughavili- nemmeno compiaciuta, cinica un tanto al chilo, pulp, molto pulp, pure troppo
Equilibrio teso, ecco come si potrebbe definire il libro .
Opera molto visiva, con forti agganci al cinema, non vuol dire che sembri una sceneggiatura, non sotto intende nulla di critico, dico solo che è un libro molto basato sulle immagini, sul vedere, dove l'azione è pensiero e non viceversa.
Non mi dispiacerebbe veder una trasposizione cinematografica di questa splendida opera di debutto. Sopratutto le pagine conclusive sono potenti e cariche di epica apocalittica, da lasciar senza fiato.
In ogni caso, non badate a codesta recensione non proprio professionale, comprate questo libro.
Per voi, per la vostra/o amata/o, per un amico, pure per il vostro cane. Non importa, per chi, ma compratelo. Avrete tra le mani un oggetto misterioso, che filtra il genere e il pamphlet politico-filosofico, per costruire un avvincente ibrido.
lunedì 11 luglio 2016
Cipì di Mario Lodi
Che fine ha fatto la " narrativa per bambini" ? Esistono ancora libri educativi per i più piccini? Molto probabilmente sì. D'altronde i bambini continuano a nascere, per cui la necessità di aver libri di formazione per i bimbi, non penso sia del tutto tramontata. Esattamente come per la poesia, penso che la narrativa infantile sia un pianeta a sé, nell'universo ampio e infinito della letteratura. Il compito di aiutare i più piccini a comprendere i meccanismi della vita, attraverso il discorso della fiaba, va oltre la semplice abilità narrativa. Cè forse un po' di psicologia, e non solo. Però è fondamentale, necessaria, importante. Spesso viene liquidata come cosa per bimbi, nel senso dispregiativo del termine. Cioè qualcosa di semplicistico, banale, sentimentalista. Ma anche se fosse? Va bene così. Ci penserà la vita a renderlo un adulto qualunquista e pressapochista che legge e cita la Fallaci a cazzo di cane. Lasciamo che da bimbi, l'incontro con i libri e il piacere di leggere, avvenga sotto la luce splendida splendente di storie emozionanti, semplici, dirette, eppure ricche di simbolismi e metafore,per insegnare a loro che la meraviglia per la vita, l'amore, la morte, il dolore, è la cosa che ci rende umani.
Ok, è andata così: avevo la febbre, giusto? Direi proprio di sì. Per cui, mentre mia moglie era al lavoro, io me ne stavo a recitare la mia parte di moribondo a casa. Una buona interpretazione. Non ti dico da Oscar, ma un Nastro d'Argento, forse sì. A un certo punto, mentre mi aggiro come uno zombi in casa, mi imbatto in codesto libro: Cipì di Mario Lodi. Non so cosa sia. Mai sentito in vita mia. Lo prendo, è un libretto corto. Una piacevole lettura penso.
Ecco: la lettura non solo è piacevole, ma è anche avvincente. Ci si appassiona subito a codesto libello. Solo che c'è un piccolo particolare: è triste. Si, ogni fiaba ha un suo elemento di tristezza. Lo so. Ma questo è...Davvero triste. Però di quella tristezza fondamentale che poi serve per raggiungere consapevolezza e gioia. Un insegnamento che oggi, nella debole cultura della felicità precotta e veloce, della soddisfazione del proprio sé in chiave edonistica e superficiale, viene visto come bigotto, reazionario. Oggi viviamo in un mondo di teste di cazzo, ecco . Sicché freghiamoci di quel che dicono o pensano gli altri, e godiamoci la lettura, ma sopratutto il mondo di questo passerotto
La storia è quella di un passerottino curioso, pieno di iniziativa, leale e puro che conosce il mondo e le sue tante meraviglie, ma anche i pericoli. Che siano un campo di grano o il cielo infinito, simboli di gioia e allegria, che il gatto o un temibile gufo, simboli di morte e dolore.
Commuove "Cipì" e non si preoccupa di farlo in modo devastante. Nel 1972, quelli che avendo problemi con le proprie emozioni e la vergogna di palesarle, ciarlano di " cinema trattenuto", di distanza, equilibrio, ecco questi non c'erano. O giustamente non venivano ascoltati. Non ci si vergognava di piangere e an che tanto per un uccellino e le sue tragiche avventure.
Dalla morte di una piccola margherita, all'inverno tragico, alla moria di piccoli per colpa di un gufo. Sono passaggi necessari: si vive e si muore. E in mezzo, tra questi due grandi eventi, c'è spazio anche per trovare la compagna della propria vita, altro messaggio che in epoca di precarietà sentimentale, par assurdo, la comprensione che non siamo soli, ma viviamo in collettività e quindi dobbiamo cooperare, condividere, aiutare gli altri. Ci insegna che talora non verremo capiti e forse anche disprezzati dagli altri, perché la voglia di sapere e la verità, ci spingeranno a non accettare dogmi e verità rassicuranti, ma non dimostrate. E che , quando tutti ci odieranno, è fondamentale non darsi per vinti, ma lottare per la verità. Non tanto per un riscatto personale. No, ma per tutti: noi e gli altri.
Il libro è frutto del lavoro collettivo dello scrittore e dei bimbi di una scuola materna, dove lui - mi pare facesse il maestro- è una perla struggente e appassionante di purissimo sentimento e lezioni di vita, etica, morale. Si, parole che agli uomini liberi e infelici fan tanto paura, ma lasciamo che almeno da bambini, queste cose ci aiutino a crescer un po' meglio.
Riprendiamo l'abitudine di leggerli codesti libri, non tanto per i nostri figli, ma anche per noi stessi. Ritorniamo a una vaga e imbarazzante purezza di sguardo, di animo. voliamo nella vita e nella morte con Cipì. Non potrebbe che farci del bene.
Ok, è andata così: avevo la febbre, giusto? Direi proprio di sì. Per cui, mentre mia moglie era al lavoro, io me ne stavo a recitare la mia parte di moribondo a casa. Una buona interpretazione. Non ti dico da Oscar, ma un Nastro d'Argento, forse sì. A un certo punto, mentre mi aggiro come uno zombi in casa, mi imbatto in codesto libro: Cipì di Mario Lodi. Non so cosa sia. Mai sentito in vita mia. Lo prendo, è un libretto corto. Una piacevole lettura penso.
Ecco: la lettura non solo è piacevole, ma è anche avvincente. Ci si appassiona subito a codesto libello. Solo che c'è un piccolo particolare: è triste. Si, ogni fiaba ha un suo elemento di tristezza. Lo so. Ma questo è...Davvero triste. Però di quella tristezza fondamentale che poi serve per raggiungere consapevolezza e gioia. Un insegnamento che oggi, nella debole cultura della felicità precotta e veloce, della soddisfazione del proprio sé in chiave edonistica e superficiale, viene visto come bigotto, reazionario. Oggi viviamo in un mondo di teste di cazzo, ecco . Sicché freghiamoci di quel che dicono o pensano gli altri, e godiamoci la lettura, ma sopratutto il mondo di questo passerotto
La storia è quella di un passerottino curioso, pieno di iniziativa, leale e puro che conosce il mondo e le sue tante meraviglie, ma anche i pericoli. Che siano un campo di grano o il cielo infinito, simboli di gioia e allegria, che il gatto o un temibile gufo, simboli di morte e dolore.
Commuove "Cipì" e non si preoccupa di farlo in modo devastante. Nel 1972, quelli che avendo problemi con le proprie emozioni e la vergogna di palesarle, ciarlano di " cinema trattenuto", di distanza, equilibrio, ecco questi non c'erano. O giustamente non venivano ascoltati. Non ci si vergognava di piangere e an che tanto per un uccellino e le sue tragiche avventure.
Dalla morte di una piccola margherita, all'inverno tragico, alla moria di piccoli per colpa di un gufo. Sono passaggi necessari: si vive e si muore. E in mezzo, tra questi due grandi eventi, c'è spazio anche per trovare la compagna della propria vita, altro messaggio che in epoca di precarietà sentimentale, par assurdo, la comprensione che non siamo soli, ma viviamo in collettività e quindi dobbiamo cooperare, condividere, aiutare gli altri. Ci insegna che talora non verremo capiti e forse anche disprezzati dagli altri, perché la voglia di sapere e la verità, ci spingeranno a non accettare dogmi e verità rassicuranti, ma non dimostrate. E che , quando tutti ci odieranno, è fondamentale non darsi per vinti, ma lottare per la verità. Non tanto per un riscatto personale. No, ma per tutti: noi e gli altri.
Il libro è frutto del lavoro collettivo dello scrittore e dei bimbi di una scuola materna, dove lui - mi pare facesse il maestro- è una perla struggente e appassionante di purissimo sentimento e lezioni di vita, etica, morale. Si, parole che agli uomini liberi e infelici fan tanto paura, ma lasciamo che almeno da bambini, queste cose ci aiutino a crescer un po' meglio.
Riprendiamo l'abitudine di leggerli codesti libri, non tanto per i nostri figli, ma anche per noi stessi. Ritorniamo a una vaga e imbarazzante purezza di sguardo, di animo. voliamo nella vita e nella morte con Cipì. Non potrebbe che farci del bene.
giovedì 10 dicembre 2015
PROMESSI SPOSI di ALESSANDRO MANZONI
E certo, mo si darà la colpa alla scuola! Oppure ci scopriamo tutti quanti un popolo di razionalisti che aborrano la Provvidenza. Manzoni che mentre altri scrittori ci donavano libri su libri passa decenni a scrivere e riscrivere codesto romanzo. Le femministe se la prenderanno con Lucia, gli spagnoli con Manzoni che chiaramente sta dicendo a tutti che sono un popolo di merda, Vecchioni avverte che non sa dell'esistenza di triple file a Madrid.
Per debolezza e pigrizia intellettuale ci adagiamo sui luoghi comuni, sul sentito dir , su ricordi vaghi. Così facendo releghiamo nell'isola della cattiva rimembranza, uno dei gioielli della letteratura mondiale e non solo italiana
Spesso quando ci avviciniamo ai classici abbiamo due modi di relazionarci ad essi: o siamo troppo riverenti e ossequiosi, oppure fin troppo scellerati e cialtroni. Da una parte il timor quasi divino nel dover metter mano a un 'opera passata nella storia, entrata nella leggenda, e nel nostro immaginario collettivo, dall'altra il bieco spirito di irriverenza e dissacrazione, l'idea che l'azione a discapito dei personaggi sia un modo giusto di far letteratura. Io credo che si debba sempre aver un atteggiamento critico circa ogni opera d'arte, al di là del suo reale valore, ma che codesto atteggiamento critico debba nascere da un profondo rispetto e studio della materia che andremo a trattare, leggere, ecc...ecc....
Sicché mi sono riavvicinato con cautela a codesto importante tomo, con qualche vecchio e resistente pregiudizio, molta curiosità. Non ci è voluto molto, prima che codesto libro mi conquistasse totalmente. Anzi!
Sarà forse che conosco molto bene codeste zone lacustri, sarà che l'età del ribellismo è finita da un pezzo per lasciare, saggiamente, strada all'età dell'ascolto, della condivisione, della conoscenza. Non so, ma più avanzavo nella lettura più cedevano quei dubbi che mi trascinavo oziosamente, pigramente, con me, fin dai tempi delle superiori.
La storia la conosciamo tutti: Renzo e Lucia sono due giovani del popolo che devono sposarsi, ma il perfido Don Rodrigo mette gli occhi sulla ragazza e decide che costei debba esser sua, così manda i suoi bravi a terrorizzare l'eterno pavido, Don Abbondio. Da questo momento succedono diverse disavventure ai due, che si concluderà con l'incoronazione del loro amore.
In mezzo tanti avvenimenti: la Storia che si confonde con la letteratura popolare, forse primo esperimento del genere . I potenti e il popolo minuto. L'orrore della peste e la compassione. Non manca davvero nulla
Il punto di forza del romanzo è la costruzione dei personaggi. Che non sono mai stereotipi da letteratura per ricche signorine o per le masse. O meglio, certo che partiamo da personaggi tagliati con l'accetta, certo che sono luoghi comuni che parlano e compiono azioni, ma - e questa dimostra l'assoluta grandezza del Manzoni- tutti partono da lì per diventare altro e oltre. Tutti hanno qualcosa alle spalle o che li attende nel futuro che li cambia, li rende personaggi veri, contraddittori, fragili. Non manca a nessuno il momento o il mutamento da persone spavalde in uomini dubbiosi. Capita al personaggio forse migliore del romanzo, Fra Cristoforo, capita a Renzo e a L'Innominato. E con quanta grazia, quanta umana partecipazione Manzoni tratta e mette su pagina i suoi personaggi? Anche quelli cattivi. In fin dei conti proviamo pena per i vari Griso e Don Rodrigo, per il cugino conte Attilio. Malvagi vittime della loro cupidigia di danaro, prevaricazione e applicazione del potere, vita scellerata. Ma quanta pena nel veder il perfido Rodrigo morente e abbandonato. Bellissimo il confronto/scontro tra Fra Cristoforo e Renzo sul concetto di vendetta e perdono. Se il secondo, accecato dall'odio per colui che l'ha diviso dalla sua bella, ha in mente di fargliela pagar cara, il frate gli rammenta come la sua vita, a un certo punto, si fosse guastata nell'uso e abbandono della violenza.
In fin dei conti al centro del romanzo ci sono gli uomini, nel senso più alto e nobile del termine: esseri umani. In balia di sentimenti forti e contrastanti tra di loro. Quasi mai c'è il bene e il male assoluto, certo alcuni personaggi sono simboli che servono per specificare e approfondire tematiche che l'Autore avverte come fondamentali, ma in sostanza quello che va in scena è lo spettacolo doloroso e meraviglioso della vita.
Con quanta precisione e partecipazione, Manzoni, descrive anche i personaggi più piccoli! Anche di poche righe. La giovane donna che tiene in braccio il cadavere della figlia, portandola in giro come se dormisse. E tantissimi altri? Nel suo lavoro avverto un certo omaggio a Hugo, mescolare storia, precisa ricostruzione sociale e politica, e personaggi memorabili. Tutti i personaggi. Tutti amati nello stesso modo. Per me questo è scrivere. Per me questo è un libro che merita di rimanere nella mente. I Promessi Sposi fanno parte di codesta categoria.
Opera vivace, piena di momenti memorabili, dall'addio ai monti fino alla conversione de L'innominato o il pre finale con Renzo che vaga in una Milano da incubo devastata dalla peste, il romanzo smaschera anche i lati deboli dell'esser umano che sono presenti da sempre nell'individuo e nella società, come l'irrazionale paura per il diverso, l'altro che diventa mezzo per torture, sevizie, morte e terrore. Non viviamo forse tempi simili?
C'è la presenza della Fede, certo, ma a compensare vi è Don Abbondio, pavido e meschino, seppure con momenti di umanità, ma sicuramente non un buon modello di prete. Chiaro che ogni autore scriva secondo coscienza e quindi Manzoni dà peso alla Fede. Io, da non credente, ho sostituito la fede con il destino, e sono apposto così. Ma ripeto: sono i personaggi, le relazioni tra di loro, la compassione e pietà, la ricerca del buono, del giusto in un mondo che non lo è per nulla. Mostrarti il male, ma non abbandonarti ad esso. Cose difficili da comprendere ora: d'altronde più siamo fetenti più ci sentiamo sinceri, convinti da imbecilli che l'amore per gli altri e per noi, quindi, non esista. Infatti i social sono pieni di gente che si lamenta di tutti e tutto,ma non comprende di esser loro stessi i problemi della loro vita.
Una grandissima lezione a livello storico, morale, etico. Inoltre, per gli amanti del genere horror, le pagine dedicate alla peste, l'incubo di Don Rodrigo, sono degne dei migliori romanzi dell'orrore.
Lettura avvincente che consiglio caldamente, lasciando da parte pregiudizi e pigrizia intellettuale.
Opera vivace, piena di momenti memorabili, dall'addio ai monti fino alla conversione de L'innominato o il pre finale con Renzo che vaga in una Milano da incubo devastata dalla peste, il romanzo smaschera anche i lati deboli dell'esser umano che sono presenti da sempre nell'individuo e nella società, come l'irrazionale paura per il diverso, l'altro che diventa mezzo per torture, sevizie, morte e terrore. Non viviamo forse tempi simili?
C'è la presenza della Fede, certo, ma a compensare vi è Don Abbondio, pavido e meschino, seppure con momenti di umanità, ma sicuramente non un buon modello di prete. Chiaro che ogni autore scriva secondo coscienza e quindi Manzoni dà peso alla Fede. Io, da non credente, ho sostituito la fede con il destino, e sono apposto così. Ma ripeto: sono i personaggi, le relazioni tra di loro, la compassione e pietà, la ricerca del buono, del giusto in un mondo che non lo è per nulla. Mostrarti il male, ma non abbandonarti ad esso. Cose difficili da comprendere ora: d'altronde più siamo fetenti più ci sentiamo sinceri, convinti da imbecilli che l'amore per gli altri e per noi, quindi, non esista. Infatti i social sono pieni di gente che si lamenta di tutti e tutto,ma non comprende di esser loro stessi i problemi della loro vita.
Una grandissima lezione a livello storico, morale, etico. Inoltre, per gli amanti del genere horror, le pagine dedicate alla peste, l'incubo di Don Rodrigo, sono degne dei migliori romanzi dell'orrore.
Lettura avvincente che consiglio caldamente, lasciando da parte pregiudizi e pigrizia intellettuale.
martedì 10 novembre 2015
NELLA LUCE di FRANCESCA FICHERA
Chissà come mai a noi baldi e ruspanti giovani scrittori della nuova generazione di narratori popolari, amiamo tanto le storie apocalittiche? Forse perché possiamo dar libero sfogo alla nostra fantasia. Non ricordiamo più come è fatta una strada, un quartiere, una città? Eh sai, c'è la fine del mondo! Sicché possiamo inventarcela noi la nostra città Possiamo inventare i pericoli, copiare dai classici del cinema e spacciar il tutto per idee meravigliose di contaminazione tra mezzi artistici.
Possiamo insomma divertirci. E, si spera, divertire.
No, per carità: tutto bello e giusto, ma sai? Ho quasi quarantanni. Sono fuori dal tunnel del divertimento da un bel po'! Quindi, e qui la cosa si fa interessante, puoi scrivere per parlare di altro. Per parlare delle tue insofferenze, del momento di smarrimento di fronte alla vita, di precarietà sentimentale e di solitudine umana senza un ben preciso appiglio. Quando la fine arriva siamo soli, con la paura e la speranza, ma soli.

Sono queste le sensazioni che si provano leggendo codesto brevissimo romanzo o racconto lungo, che vede all'opera una giovane di grande talento: Francesca Fichera. Una delle firme di punta del blog "Cinefatti", appuntamento imperdibile per ogni amante del cinema. Autrice anche della sceneggiatura di LV- 225, un corto di genere fantascientifico che ha debuttato al Festival di Cannes due anni fa. Mica " matrimonio al sud" eh!
Cosa narra, dunque, codesto romanzo breve/racconto lungo? Della fine, o di una fine. Del mondo, ovviamente, ma anche dei rapporti umani che si sgretolano nonostante si voglia mantenerli forti e duraturi. Non conosciamo il nome dei protagonisti, non è dato saperlo, nemmeno fino in fondo le loro relazioni. Sappiamo solo che la protagonista si ritrova nel bel mezzo di un'apocalisse. Il tempo sembra impazzito, il mondo un posto cattivo e violento. Carcasse di animali, di cadaveri, nuvole per nulla innocue, un vento che fa impazzire e spaventare. Cosa è successo? Non lo sapremo mai. Il tutto avviene: ora e qui. In un presente eterno, rimandato troppe volte, ma la morte non puoi rimandarla, nemmeno la feroce speranza di salvarsi.
Perché quando ti sei salvata e forse è arrivata la pace, eterna o momentanea non si sa, cosa porti con te? Quando un evento doloroso e devastante mette in crisi il tuo mondo, come puoi salvarti?
Francesca è bravissima nel metter in scena suggestioni, percezioni, stati d'animo . Una scrittura essenziale, implosiva, che assorbe il dolore e lo restituisce apparentemente ovattato, ma nella sostanza brutale. Non rincorre facili orrori e scene ad effetto. Perché a lei il genere serve per dire altro. Qualcosa di sé, come ogni scrittore e scrittrice di talento o come Moretti, qualcosa che forse non riesce a spiegarsi o non vuole spiegarci, oppure è solo una splendida istantanea su un momento preciso: pochissime ore. Nel quale il mondo muore e rinasce e noi rimaniamo storditi: Nella Luce
Possiamo insomma divertirci. E, si spera, divertire.
No, per carità: tutto bello e giusto, ma sai? Ho quasi quarantanni. Sono fuori dal tunnel del divertimento da un bel po'! Quindi, e qui la cosa si fa interessante, puoi scrivere per parlare di altro. Per parlare delle tue insofferenze, del momento di smarrimento di fronte alla vita, di precarietà sentimentale e di solitudine umana senza un ben preciso appiglio. Quando la fine arriva siamo soli, con la paura e la speranza, ma soli.
Sono queste le sensazioni che si provano leggendo codesto brevissimo romanzo o racconto lungo, che vede all'opera una giovane di grande talento: Francesca Fichera. Una delle firme di punta del blog "Cinefatti", appuntamento imperdibile per ogni amante del cinema. Autrice anche della sceneggiatura di LV- 225, un corto di genere fantascientifico che ha debuttato al Festival di Cannes due anni fa. Mica " matrimonio al sud" eh!
Cosa narra, dunque, codesto romanzo breve/racconto lungo? Della fine, o di una fine. Del mondo, ovviamente, ma anche dei rapporti umani che si sgretolano nonostante si voglia mantenerli forti e duraturi. Non conosciamo il nome dei protagonisti, non è dato saperlo, nemmeno fino in fondo le loro relazioni. Sappiamo solo che la protagonista si ritrova nel bel mezzo di un'apocalisse. Il tempo sembra impazzito, il mondo un posto cattivo e violento. Carcasse di animali, di cadaveri, nuvole per nulla innocue, un vento che fa impazzire e spaventare. Cosa è successo? Non lo sapremo mai. Il tutto avviene: ora e qui. In un presente eterno, rimandato troppe volte, ma la morte non puoi rimandarla, nemmeno la feroce speranza di salvarsi.
Perché quando ti sei salvata e forse è arrivata la pace, eterna o momentanea non si sa, cosa porti con te? Quando un evento doloroso e devastante mette in crisi il tuo mondo, come puoi salvarti?
Francesca è bravissima nel metter in scena suggestioni, percezioni, stati d'animo . Una scrittura essenziale, implosiva, che assorbe il dolore e lo restituisce apparentemente ovattato, ma nella sostanza brutale. Non rincorre facili orrori e scene ad effetto. Perché a lei il genere serve per dire altro. Qualcosa di sé, come ogni scrittore e scrittrice di talento o come Moretti, qualcosa che forse non riesce a spiegarsi o non vuole spiegarci, oppure è solo una splendida istantanea su un momento preciso: pochissime ore. Nel quale il mondo muore e rinasce e noi rimaniamo storditi: Nella Luce
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